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Il packaging sostenibile del cibo sta cambiando. Ma stiamo cambiando anche noi?

  • Immagine del redattore: Nayla Hamade
    Nayla Hamade
  • 30 mar
  • Tempo di lettura: 4 min
Bichhieri e piatti riciclabili in cartone
Packaging bello, funzionaale e sostenibile. E' possibile?

Pensa all'ultimo pasto che hai ordinato a domicilio. Apri la porta, ritiri la borsa termica, e inizia il rito dello smontaggio: il sacchetto esterno, il contenitore in polistirolo, il coperchio sigillato, la posata monouso, il tovagliolo, la salsa in miniatura. Sei imballaggi monouso per un pasto solo. Poi butti tutto nell'indifferenziata — perché non sai dove altro mettere quella roba.

Questo è il food delivery nel 2026.

I rifiuti da imballaggio nell'Unione Europea hanno raggiunto 79 milioni di tonnellate nel 2020, pari a 177 kg pro capite. Ogni anno la popolazione europea produce 25 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica, e meno del 30% viene raccolta per essere riciclata. La crescita dell'asporto e del delivery ha accelerato questa tendenza in modo strutturale. Le aziende lo sanno. Alcune si stanno muovendo. Molte lo dichiarano soltanto.


Chi si sta muovendo — etica, normativa o marketing?

La domanda non è retorica. Quando un'azienda cambia il proprio packaging alimentare sostenibile, è giusto chiedersi cosa l'ha spinta a farlo.


Scotole di pasta Barilla

Barilla è uno degli esempi più concreti nel panorama italiano. L'eliminazione della finestrella di plastica dalle confezioni ha ridotto l'immissione di plastica di circa 126.000 kg annui. Oggi tutte le confezioni vendute in Italia sono progettate per essere riciclate, e oltre il 50% dei materiali utilizzati globalmente proviene da filiere di riciclo. Entro il 2030, l'obiettivo è eliminare ulteriori 4.000 tonnellate di materiale grazie all'eco-design. Numeri reali, misurabili — un punto di partenza, non di arrivo.


McDonald's è un caso più ambivalente. Dal 2019 ha avviato l'eliminazione della plastica monouso dal packaging, risparmiando 1.000 tonnellate di plastica ogni anno. In Italia, il 100% degli imballaggi in carta è certificato e riciclabile. Fin qui, bene. Ma nel 2023 si è schierata contro il regolamento europeo che avrebbe imposto il divieto del packaging monouso nella ristorazione entro il 2030. Quando la sostenibilità conviene, si comunica. Quando costa, si discute.


Frosta, azienda di surgelati meno nota, merita una menzione. Ha riprogettato l'intero packaging eliminando le vaschette in alluminio e adottando carta certificata con inchiostri a base d'acqua. Nessuna grande campagna pubblicitaria. Solo una scelta di filiera — forse il tipo di sostenibilità più difficile da comunicare, e più credibile.

Prato con sacchetto di minestrone frosta riclabile


Quanti di questi cambiamenti sarebbero avvenuti senza la pressione normativa europea o senza le pressioni dei crescenti movimenti ambientalisti, soprattutto nelle nuove generazioni? Probabilmente pochi. E questo non è necessariamente un male.


Italia vs Europa: il confronto che non vogliamo fare

L'Italia ha un problema con il packaging alimentare che va oltre la quantità. Il 66% degli imballaggi alimentari nel Paese è ancora realizzato in plastica. Siamo bravi a legiferare, meno a implementare.

Il caso più emblematico: il vuoto a rendere previsto per legge nel 2022 non è mai davvero partito. Nel frattempo, in Germania il sistema Pfand funziona dal 1991 con tassi di intercettazione del 97%. Dal 2023, ristoranti, bar e caffetterie con più di cinque dipendenti sono obbligati a offrire bevande e cibo da asporto in contenitori riutilizzabili, anche portati da casa dai clienti. Non è volontario. È la legge, e funziona.

In Francia, dal 2023 tutti i locali di ristorazione — fast food inclusi — devono servire in stoviglie riutilizzabili chi consuma sul posto, e nei luoghi pubblici è obbligatorio disporre di fontanelle di acqua potabile. Proviamo a immaginare questa norma in Italia, dove l'acqua in bottiglia è quasi un atto di fede.

I Paesi Nordici — Svezia, Norvegia, Finlandia — hanno sistemi di deposito cauzionale sulle bevande da decenni, e oggi li danno per scontati come noi diamo per scontato il sacchetto dell'immondizia. La cultura del riciclo degli imballaggi non nasce dalla sensibilità individuale: nasce da infrastrutture, incentivi e obblighi che rendono la scelta sostenibile più facile di quella insostenibile.

In Italia, nel 2026, c'è ancora chi si indigna per il sacchetto da 0,01€ al supermercato.


Una donna che lavora in cassa con sacchetto biodegradabile

Il packaging sostenibile food costa davvero di più? I costi reali e le alternative che esistono già


packaging di design moderno

La risposta onesta è: dipende da come si calcola. Le plastiche biodegradabili costano mediamente il 20-30% in più rispetto alle plastiche tradizionali. Ma il calcolo cambia se si allarga l'orizzonte: confezioni più leggere significano costi di spedizione inferiori, e un design più minimale riduce direttamente i materiali di fornitura. Chi non si adegua oggi rischia costi di adattamento normativo ben più alti domani.

Le alternative al packaging in plastica esistono già: sacchetti monomateriale, cartone compostabile, bioplastiche da canna da zucchero o amido di mais.


Il packaging eco-friendly attira una clientela crescente, migliora la reputazione del brand e prepara l'azienda alle restrizioni normative in arrivo.

E poi c'è il fattore Gen Z. Oltre il 60% di questi giovani valuta l'impatto ambientale dei prodotti — packaging alimentare sostenibile incluso — prima di acquistare. Ma non è solo etica: si aspettano packaging belli, sorprendenti, coerenti con i valori del brand. Il packaging sostenibile, quando è fatto bene, non è un sacrificio estetico: è un'identità.



Non è colpa tua. Ma è anche colpa tua.

Il 54% degli italiani ha acquistato una marca diversa dal solito perché aveva un imballaggio più sostenibile. La sensibilità c'è. Ma scegliere il cartoncino al supermercato e poi ordinare sushi in cinque contenitori di plastica è una contraddizione che vale la pena riconoscere.

Il cambiamento che funziona — in Germania, in Francia, in Svezia — non arriva solo dalla coscienza individuale. Arriva da norme che rendono la scelta sostenibile quella più comoda. In Italia, finché aspettiamo che sia qualcun altro a fare il primo passo, continueremo a pagare quel conto.


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